Oggi pomeriggio fottendomene allegramente di una infossante calura che mi sottraeva vitalità e voglia di fare ad ogni passo, ho deciso di viziarmi : dalla mia edicolante preferita, nonché l'unica...ho recuperato uno specialone zuccheroso che avevo in mente di grabbare da tempo (to grab).
Trattasi, nella fattispecie, dello specialone di GAME OF THRONES, serie tv strafamosa, in Italia IL TRONO DI SPADE, chissà poi perché la traduzione non dovrebbe funzionare - al dettaglio - nel nostro paesello cinisello balasamo, GIOCO DI TRONI forse assomiglia troppo a GIOCHI DI TROIE del Castello del Lord di Arkor-e ?
Mah, butta male pure al messere in questione..ora che ci penso, sebbene la cosa non mi tocchi minimamente.
Cmq, il prezioso tomo patinato è quanto di più meglio (^^o) ci possa essere a proposito di questa serie tv della HBO (Dexter, True Blood, The Walking Dead...ditene una...) che letteralmente spopola nel mondo nerdico e non solo, per riuscita, empasse ed epicità, tra le blande interviste con agli attori e le (bellissime) attrici che la animano, ci stanno anche una completa storiografia dei personaggi e non mancano persino le mappe complete, le ricette culinarie e tutti i tormentoni che seguono le cose di successo, come ammenicoli vari, pendagli e oscene statuette di Ned Stark (Eddard Stark).
Questa serie mi piace molto, è cupa, feroce e ingiusta, come spesso lo è la vita stessa, nessuno è mai al sicuro, il tasso di mortalità segnato dai personaggi, è notevolemente alto, la morte è sempre dietro all'uscio, in agguato, spregiudicatamente. In fin dei conti GAME OF THRONES gioca su tutto quello che è spiccata controtendenza nel mondo del cinema o della TV, a cominciare dalla bruttezza su schermo, sdoganata alla grande, con una serie di ceffi spaventosi, sporchi e con discorsi a base di inculate e merda, a finire alle sevizie, torture indicibili, massacri e amputazioni in puro stile Kentaro Miura, ah il buon vecchio Grifis e la sua romantica storia di tortura con il carceriere, impossibile dimenticare.
Una serie tv grandiosa, suggestiva ed epica, che si pappa attualmente l'80% delle pellicole attualmente sul mercato, con dialoghi stupendi incollati su personaggi straordinari, fin troppo reali, unci.
Una storia che racconta decine di storie con dentro a sua volta tante altre storie da raccontare, troppe per citarne anche solo una e via di intrighi, cospirazioni, vendette e gesti eroici, tra padri che amano o rinnegano i loro figli, figli degenerati o illuminati o bastardi fino all'osso.
A sfondo di questo medioeval Beautiful mixato al miglior Tolkien di sempre, una spruzzata di fantasy da World of Warcraft completa il quadro, con Austere Regine che "creano" lentamente inarrestabili eserciti, orde di cavalieri trapassati che marciano verso le terre dell'uomo a bordo di mostruose cavalcature, draghi, magia nera e religioni pazze, asservite a cupi rituali di purificazione e sesso, tanto sesso, in ogni buco.
Come spesso accade, specie se la serie in questione è scritta e adattata a ottimi romanzi fantasy, (quindi non la Troisi per intenderci)..dicevamo, se il calibro è alto, capita di affezionarsi ad alcuni personaggi in modo particolare, li senti vicini.
Il mio personaggio favorito non è Tyrion Lannister, il sagace eroe o l'impavido John Snow, il mio favorito è Sansa Stark. Una giovane fanciulla che ne ha passate davvero troppe nel corso delle tre stagioni della serie tv che si sono succedute a ritmo incalzante, Sansa merita di ritrovare la pace o quantomeno quello che resta della sua famiglia.
E dopotutto questa piccola manfrina l'ho scritta solo per postare una immagine della sua regale bellezza, che ve lo dico a fare, tanto l'avevate già capito no ?
BIOAKU
Troppi, davvero troppi impegni in questo periodo, che poi uno fa notoriamente il figo a scrivere su un blog queste cose, della serie "Poveri stronzi voi che leggete, non sapete quante cose sto facendo a differenza vostra"
Mah, dico io, allora uno cosa scrive a fare un blog, se non per bullarsi con con la vita degli altri ?
Bella domanda.
Quando individuo la risposta, o una che possa andare bene, ve lo faccio sapere.
Se non si fosse capito questa postata era una blanda prova di vedere se ancora posso scribacchiare qualcosa sul mio inutile blog, i troppi impegni invece, sono una amara realtà.
Big-Daddy Aku
Mah, dico io, allora uno cosa scrive a fare un blog, se non per bullarsi con con la vita degli altri ?
Bella domanda.
Quando individuo la risposta, o una che possa andare bene, ve lo faccio sapere.
Se non si fosse capito questa postata era una blanda prova di vedere se ancora posso scribacchiare qualcosa sul mio inutile blog, i troppi impegni invece, sono una amara realtà.
Big-Daddy Aku
Hostel
di Eli Roth
di Eli Roth
Alcuni americani in evidente stato di ipertensione testosteronica si recano ad Amsterdam in cerca di facili avventure sessuali, e vengono dirottati da un mite spacciatore in Slovacchia, dove è più facile trovare giovani e disponibili fanciulle...
Dopo un approccio immediato con le bellezze locali, alcuni di loro iniziano a sparire misteriosamente...cosa si cela dietro a queste sparizioni ?
Un incubo.
Hostel è un film che nel complesso non mi sentirei di valutare oltre una più che lodevole sufficienza, ma che alla fin fine mi ritrovo, spesso e volentieri a difendere a spada tratta per tutta una serie di particolarità e piccoli tocchi di classe sparsi un pò ovunque...ma cominciamo dall'inizio :
Siamo d'accordo che la parte in cui delude di più è la tanto millantata truculenza : nulla di chè neanche se rapportato alle scene meno estreme della saga quintologica di Saw, figurarsi per chi è abituato a certo cinema estremo [GIUNEA PIG, NECROBUTCHER, MORDUM e AFTERMATH] o anche solo ai film di quel Genio di regista che in questo film suddetto si presenta nelle vesti di un Cameo tanto auto-ironico quanto geniale [Cabin Fever].
La perfezione quasi assoluta della fotografia di Hostel è quasi da manuale ed è un buon punto di partenza per una discussione costruttiva su questa mitica vaccata : Non c'è niente fuori posto In Hostel, fin dall'arrivo del trio arrapato nella sperduta cittadina slovacca, si avverte un'aria di cauto ed assennato giudizio registico : campi lunghi che mostrano tutta la bellezza di questi luoghi dispersi su indecifrabili cartine cirilliche, con un retaggio medioevaleggiante quasi atavico, una atmosfera sopita, europeista che regala allo spettatore lunghe panoramiche ma anche atmosfere turgide, da far-east, nei localacci e nei pub che mostrano volti segnati dei pochi abitanti magiari che si vedono, contadini o forse braccianti [al soldo di chi? forse della lurida "congrega" d'affari della carne ?] Lodevole l'uso della steady-cam nelle scene più gore/splatter, la minuziosa ricerca del limite visivo del concesso, la scelta di decolorazioni pesanti, filtri scuri, freddi, cattivi, quasi monocromatici nella parte finale spostano l'assetto della pellicola in maniera mirata. I pochi dialoghi così come le situazioni nelle quali lo spettatore viene catapulato
Dopo un approccio immediato con le bellezze locali, alcuni di loro iniziano a sparire misteriosamente...cosa si cela dietro a queste sparizioni ?
Un incubo.
Hostel è un film che nel complesso non mi sentirei di valutare oltre una più che lodevole sufficienza, ma che alla fin fine mi ritrovo, spesso e volentieri a difendere a spada tratta per tutta una serie di particolarità e piccoli tocchi di classe sparsi un pò ovunque...ma cominciamo dall'inizio :
Siamo d'accordo che la parte in cui delude di più è la tanto millantata truculenza : nulla di chè neanche se rapportato alle scene meno estreme della saga quintologica di Saw, figurarsi per chi è abituato a certo cinema estremo [GIUNEA PIG, NECROBUTCHER, MORDUM e AFTERMATH] o anche solo ai film di quel Genio di regista che in questo film suddetto si presenta nelle vesti di un Cameo tanto auto-ironico quanto geniale [Cabin Fever].
La perfezione quasi assoluta della fotografia di Hostel è quasi da manuale ed è un buon punto di partenza per una discussione costruttiva su questa mitica vaccata : Non c'è niente fuori posto In Hostel, fin dall'arrivo del trio arrapato nella sperduta cittadina slovacca, si avverte un'aria di cauto ed assennato giudizio registico : campi lunghi che mostrano tutta la bellezza di questi luoghi dispersi su indecifrabili cartine cirilliche, con un retaggio medioevaleggiante quasi atavico, una atmosfera sopita, europeista che regala allo spettatore lunghe panoramiche ma anche atmosfere turgide, da far-east, nei localacci e nei pub che mostrano volti segnati dei pochi abitanti magiari che si vedono, contadini o forse braccianti [al soldo di chi? forse della lurida "congrega" d'affari della carne ?] Lodevole l'uso della steady-cam nelle scene più gore/splatter, la minuziosa ricerca del limite visivo del concesso, la scelta di decolorazioni pesanti, filtri scuri, freddi, cattivi, quasi monocromatici nella parte finale spostano l'assetto della pellicola in maniera mirata. I pochi dialoghi così come le situazioni nelle quali lo spettatore viene catapulato
si basano su una apparente sfera del reale che piano piano si incrina fino a spezzarsi nella parte conclusiva.
Hostel è un film godibilissimo che in una sola ora e mezza è capace di ribattere, avallare e giustificare insieme 4.667 luoghi comuni etnico-linguistici-comportamentali-folkloristici tutti insieme, e solo per questo va supportato in pieno. Amsterdam così come qualsiasi cretinetto di 13 anni alla prima canna e alle prime pippe se l'è sempre immaginata...Est europa come mecca del meretriciaggio a pagamento...multilinguismo a braccietto con lascive e tettone in un minestrone che neanche fosse la versione porno de L'appartamento spagnolo, la celebrazione della vacanza media che un occidentale su due ha fatto o da sempre sognerebbe di fare...nostalgici nazistoidi disposti a far follie economiche per poter fare pezzettini autentica carne americana, le bizzarie della desolante/lata campagna della squallida mittel-europa post-comunista...i malsani obesi baffuti magiari che vi abbondano, brigantaggio zingaro-bambinesco degno omaggio dell'Ospite in casa Miike e dei suoi baby-Yakuza-killers di FUDOUico retaggio [Fudo]...tutto stupendo e orchestrato bene.
La location mittel-europea della meno battuta Bratislava è azzeccatissima e genuinamente inquietante per colori, ostentata tranquillità e bizzarria architettonica della stessa: davvero vergognoso che da noi dovesse arrivare una produzione americana a capire e valorizzare certi elementi.
Direi solo povera Slovacchia : bello, bellissimo vedere le dinamiche di un intero (e per altro assai civile) paese fermate, incanalate e finalizzate in tutti i suoi piccoli ingranaggi sociali all'efficace soddisfacimento di questa bizzarra richiesta di mercato, e a questo improbabilissimo plot tutto, quasi questo commercio costituisse il 99% del prodotto interno lordo del Paese , quasi in Slovacchia - o nel microcosmo di essa rappresentato - non ci fosse/si facesse altro...come dicevo, un film che avalla pregiudizi e cementifica luoghi comuni: Stupendo!
Peccato abbia poco da dire proprio nel momento in cui debba tirare fuori i muscoli e i bisturi dinanzi alle smaliziate richieste di umori, sangue e frattaglie di un pubblico sempre più sadicamente esigente, al che la qual cosa si risolve non dico in una bolla di sangue, ma quasi...non fosse stato preceduto da una così ben costruita hype e pubblicità, probabilmente avrebbe reso di più dinanzi agli occhi di un pò tutti...non sarà così!
Alla fine gli do un sette e mezzo e non di più, ma devo dire che mi ha divertito più di tanti film che ho davvero sentito e ritenuto Genuinamente ad esso superiori...consigliatissimo.
Hostel è un film godibilissimo che in una sola ora e mezza è capace di ribattere, avallare e giustificare insieme 4.667 luoghi comuni etnico-linguistici-comportamentali-folkloristici tutti insieme, e solo per questo va supportato in pieno. Amsterdam così come qualsiasi cretinetto di 13 anni alla prima canna e alle prime pippe se l'è sempre immaginata...Est europa come mecca del meretriciaggio a pagamento...multilinguismo a braccietto con lascive e tettone in un minestrone che neanche fosse la versione porno de L'appartamento spagnolo, la celebrazione della vacanza media che un occidentale su due ha fatto o da sempre sognerebbe di fare...nostalgici nazistoidi disposti a far follie economiche per poter fare pezzettini autentica carne americana, le bizzarie della desolante/lata campagna della squallida mittel-europa post-comunista...i malsani obesi baffuti magiari che vi abbondano, brigantaggio zingaro-bambinesco degno omaggio dell'Ospite in casa Miike e dei suoi baby-Yakuza-killers di FUDOUico retaggio [Fudo]...tutto stupendo e orchestrato bene.
La location mittel-europea della meno battuta Bratislava è azzeccatissima e genuinamente inquietante per colori, ostentata tranquillità e bizzarria architettonica della stessa: davvero vergognoso che da noi dovesse arrivare una produzione americana a capire e valorizzare certi elementi.
Direi solo povera Slovacchia : bello, bellissimo vedere le dinamiche di un intero (e per altro assai civile) paese fermate, incanalate e finalizzate in tutti i suoi piccoli ingranaggi sociali all'efficace soddisfacimento di questa bizzarra richiesta di mercato, e a questo improbabilissimo plot tutto, quasi questo commercio costituisse il 99% del prodotto interno lordo del Paese , quasi in Slovacchia - o nel microcosmo di essa rappresentato - non ci fosse/si facesse altro...come dicevo, un film che avalla pregiudizi e cementifica luoghi comuni: Stupendo!
Peccato abbia poco da dire proprio nel momento in cui debba tirare fuori i muscoli e i bisturi dinanzi alle smaliziate richieste di umori, sangue e frattaglie di un pubblico sempre più sadicamente esigente, al che la qual cosa si risolve non dico in una bolla di sangue, ma quasi...non fosse stato preceduto da una così ben costruita hype e pubblicità, probabilmente avrebbe reso di più dinanzi agli occhi di un pò tutti...non sarà così!
Alla fine gli do un sette e mezzo e non di più, ma devo dire che mi ha divertito più di tanti film che ho davvero sentito e ritenuto Genuinamente ad esso superiori...consigliatissimo.
di Han-sol Shin
Un taciturno studente [Byung_tae] è continuamente picchiato e vessato dai suoi violenti compagni di scuola. Le dolorose lezioni di questi detestabili bulli, sono confinate tra le silenziose mura dell'istituto professionale superiore che il ragazzo regolarmente frequenta nonostante i ripetuti soprusi e lividi. Una situazione familiare esattamente non felice, contribuisce ad accentuare la drammatica situazione da eterno perdente del giovane ragazzo. Byung-tae è solo ed è senza una figura paterna che l'appoggi, lo guidi e perchè no, gli insegni a difendersi.
Ma non tutto è perduto : il giovane studente troverà, in un buffo e irriverente personaggio che soggiorna nella sua stessa pensione studentesca, [Pan-su] un formidabile istruttore di combattimento da strada. Ben presto Pan-su diverrà mentore e guida nella lotta, cambiando drasticamente la sua vita.
Nonostante questa pellicola non sia priva di una vago e fastidioso manierismo di fondo, oltre che di una retorica abbastanza spicciola e tutto sommato leziosa, Art of Fighting è un buon esercizio di stile che in diversi frangenti rende fresca la narrazione sfruttando un tema piuttosto abusato
- la violenza nelle scuole -
La scelta di optare per un umorismo sarcastico e piuttosto politicamente scorretto è il tono vincente della pellicola. Il merito di questo risultato è tutto sulle spalle di Pan-su, personaggio azzeccatissimo nella sua figura di violento tutore-maestro di Byung-tae, con un repertorio di mosse sporche e frasi ad effetto che farebbe impallidire chiunque. Colpisce in questa pellicola la sua straordinaria capacità di riuscire a mantenersi leggera, al di sopra delle deprecabili azioni che sullo schermo si succedono a ritmo scandito. Così, mentre vediamo mattonate in testa, braccia spezzate, testate a volontà e calci in pieno stomaco e quant'altro possiamo immaginare in un combattimento sporco, rimaniamo sereni e pacifici come se assistessimo a una placida commediola scolastica nella quale sappiamo che ben presto i ruoli subiranno un brusco stravolgimento rendendo l'inerme ragazzo un feroce picchiatore dopo il duro allenamento del vegliardo attaccabrighe Pan-su.
Paradossalmente, i duri combattimenti e i soprusi subiti dal remissivo e taciturno protagonista ,slittano in secondo piano anche se rimangono ben impressi nella memoria dello spettatore giocando come sfondo. Quando poi la pellicola vira pericolosamente sul rapporto istruttore/allievo padre/figlio rapporto che viene tratteggiato con discreta abilità anche se con scontata superficialità, le cose cominciano a farsi interessanti e il vero motore della pellicola appare evidente : si tratta di un film di formazione, un building-movie.
La sceneggiatura prosegue lentamente, portando avanti la vicenda di Byung-tae poco a poco, alternando scontri e relax, scontri e testate, scontri e battute. I caratteri dei due personaggi portanti funzionano bene, fino al melodrammatico finale, sequenza ottimamente riuscita, che ristabilisce l'ordine iniziale delle cose : la vendetta è stata compiuta e la formazione del ragazzo è completa. Il regista predilige, come direzione visiva, una predominanza di fotografia solare (era facile cadere in cupismi o chiaroscuri), che contribuiscono molto a quest'impressione di leggerezza del film. A fargli da contraltare, la scelta di location in quartieri popolari coreani popolari, con le casine di cemento che si arrampicano sulle strade, con i muri delle strade ammuffiti, come una velatura di squallore a cui nemmeno i personaggi fanno caso, è azzeccata.
La colonna sonora tra gli alti e bassi di un country che spiazza alla musichetta che durante la vendetta si fa la più esaltante/trasportante che potete immaginare. Il film risulta comunque pienamente riuscito, intrattiene, diverte ed è un ottimo exploit di genere.
The Art of Fighting è un action-comedy crudo e diretto come un gancio ben assestato, che esalta al massimo quella che è stata ribattezzata la nuova estetica della violenza post Oldboy e Mr.Vendetta. Shin Han-sol, pur distanziandosi molto dalle due succitate opere confeziona un film gradevole, il risultato finale è un misto di pestaggi e battute ad effetto che grazie al loro sarcasmo colpiscono sempre al momento giusto. Il regista mescola alla perfezione momenti di estrema violenza con sequenze divertenti e coinvolgenti, che precedono sempre lo scoppio di un nuovo combattimento fatto di sangue, lividi e situazioni tremendamente reali, fisiche al 100%, mai astratte o depurate nella fruizione, in una dimensione primitiva che riconduce l’uomo alla sua vera essenza, quella della bestia : l’uno di fronte all’altro, con i pugni e i calci a rappresentare gli unici strumenti di offesa (anche se in molti casi gli avversari utilizzano spranghe, monete, sedie, colli di bottiglie), armi assolutamente non convenzionali eppure capaci di provocare dolore.
Da vedere
Alexander "Take This" Notredame
Da vedere
Alexander "Take This" Notredame
+Psicodromo+ File 004
di Nam Nam Choi
Due amici avventurieri, il dottor Yuan Chen e Wei, si ritrovano in Thailandia per sconfiggere una maledizione che ha colpito il primo l'anno prima: nel tentativo di salvare una ragazza locale da un sacrificio rituale, Yuan si infatti è inimicato un potente stregone, Aquala, abile nella magia nera e capace di evocare spiriti e demoni molto potenti. La viziata cugina giornalista di Wei, sempre a caccia di scoop, segue i due uomini alla ventura, mettendosi sistematicamente nei guai. Insieme al trio ci sono anche Betsy, la donna salvata da Yuan, e il suo compagno Heh Lung, coraggioso guerriero disposto a tutto pur di mettere fine alle angherie cui il suo villaggio è costretto dall'odiato Aquala.
Dietro la cinepresa di questa pellicola esilarante, grottesca ed incredibilmente macabra ecco che nuovamente, sotto un viatico di ideogrammi cinesi, compare l'unico director cinese per cui l'epiteto "inconcepibile" è solo un termine fiacco di comparazione.
Stavolta Mr.Choi ci confeziona una pellicola diversa dal suo famoso "Lai Wong", e mette in piedi una adorabile favola frivola dell'ultra-gore deliziandoci con una avventura ai limiti dell'impoponibile, mettendo in scena e senza tanti fronzoli, una classica avventura hongkonghese trita e ritrita, che guadagna qualcosina vista l'ambientazione Tahilandese che, tra sette religiose e mostri Lovercraftiani, ben si presta ad una avventura sanguinolenta dal sapore archeologico/mistico/occulto.
Per fare un paragone, prendete Indiana Jones, mischiatelo con il BadTaste di P.Jackson, aggiungete lotte al cardiopalma e sparatorie "boiled" tipiche del cinema di Hong Kong ovvero "Gun-fu" ed infarcitelo con una spruzzatina di Army of Darkness di Raimi e avrete ottenuto the 7th Curse ...il decotto più indigesto [dopo Robotrix] del cinema di HK degli ultimi anni.
The 7th Curse è un vero delirio...merito dell'esibizione di un gusto kitsch che straborda in ogni fotogramma, una dozzinale sequela di FX assurdi, casarecci e sporchi, una kermesse di situazioni bizzarre, assurde, nonsense, condite con generose dosi abbondanti gore e splatter da antologia, combattimenti frenetici e che si accavallano senza sosta, wire cave che impazza laddove non necessita chiaramente, parassiti deformi che strappano teste e penetrano in gole per poi esplodere in intestini di povere vittime, sedicenti santoni che vomitano vermi e depositano pappetta gialla su uomini fino a farli scoppiare in un tripudio di carni lacerate e limacciosi umori schifosi, monaci albini indistruttibili che presiedono statue sacre, scheletri e mummie animate, sacerdotesse che si immolano e che danno da mangiare ai loro succubi, lembi della loro carne avizzita, maledizioni che fanno scoppiare vene ed arterie, mostri Kaiju che sbucano quando meno te lo aspetti, demoni e vampiri ed infine perfidi sanatoni thai che gettano dentro una calcarea macina di pietra piccoli bambini per sacrificarli al loro antenato che necessita della loro linfa vitale...!!!!
The 7th Curse non ha certo un cast stellare ma abbiamo un Chin Siu Ho (Yuan Chen) convincente, una Maggie Cheung esilarante e un Chow Yun Fat assente al 80% della pellicola tranne che nelle scene....infatti la presenza di Chow Yun Fat è solo uno specchietto per le allodole, visto che è praticamente assente dal film !
unbelivebele deliro
"The Witchfider Fat-Si"
Alexander13
+Psicodromo+ file 006 : Jeepers Creepers 2
Regia:Victor Salva
"E' un tardo e assolato pomeriggio di fine estate nelle vaste campagne della contea di Poho in America,gli ultimi ballerini raggi di sole scompaiono all'orizzonte e un aurorale tramonto inonda i campi di granoturco affrescando con tinte paglierine e colorata armoniosità tutte le gialle valli ove spunta dritto e rigoglioso il biondo cereale. Il giovane Billy è indaffarato a svolgere un compito assegnatogli dal padre : riempire di paglia e fieno secco le immote sentinelle che presiedono le proprietà dei Taggart dagli assalti dei volatili...all'improvviso Billy scorge con la coda dell'occhio qualcosa di "sbagliato" a poca distanza da lui,pare che un fantoccio di fieno....si sia mosso e...abbia volto al testa verso la sua direzione,prontamente il ragazzino invece di tornare frettolosamente sui suoi passi,decide di investigare sull'accadimento quantomeno bizzarro e un poco inusuale che gli è parso di scorgere a poca distanza....sarà l'ultima scelta sbagliata del povero Billy.... Il padre e il fratello,vengono investiti dalle urla disperate di lamento e orrore del piccolo Taggart,imbracciato prontamente il fucile a canne mozze,padre e fratello si gettaranno a capofitto all'inseguimento della stridula voce del bambino coaiduvati dall''immancabile fedele quadrupede,ma è troppo tardi : Taggart Senior si vedrà letteralmente portare via il figlio davanti ai suoi occhi,esterefatti e bagnati da vivide lacrime di paura...( tutti coloro hanno assisstito alle imprese del "Creeper" nel primo episodio della serie...sanno bene gli "usi" e "costumi" dell'essere...) Nel frattempo,un gruppo di giovani giocatori di una squadra di pallacanestro di un imprecisato college americano,insieme (naturalmente) a un fornito entourage di ragazze cheerleader e agli immancabili allenatori perennamente alterati,di ritorno da una partita di campionato,si trovano nei guai sulla sventurata East 9 Highway,una strada statale che attraversa proprio la contea di Poho...sembra che qualcosa abbia forato un copertone del pullman,ovviato all'incidente grazie alla pragmaticità dell'autista,la cosa si ripete nuovamente e stavolta la situazione si fa più critica al calare del fulgido sole.Scende immancabile il tramonto che ricopre le vallate e i campi ed i ragazzi si rendono presto conto di essere vittime predestinate ad un orrido sacrificio inumano che sarà perpetrato durante tutta l'interminabile notte fino allo spuntare della rincuorante alba.Isolati dal mondo,su una strada deserta,senza luci e senza armi,dovranno unirsi e lottare con tutte le loro forze per impedire di essere divorati da qualcosa che li ha scelti come pasto serale,ma ciò che essi ignorano è che l'essere che li minaccia,ha già scelto le sue prede per il suo frugale banchetto annuale...sarà un lotta serrata all'insegna dell'autoconservazione della catena alimentare... ++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++ Seconda puntata di Jeepers Creepers che inaspettatamente si presenta molto più complessa e articolata della prima,distanziandosi notevolmente come intreccio narrativo e come realizzazione tecnica rispetto al primo capitolo,pur restando carente nella atmosfera d'orrore e in quel indistinguibile e indefinibile feeling "nero" che caratterizzava la prima creatura di Salva. Il primo Jeepers Creepers infatti un horror classico nell'eccezione del termine,caratterizzato da una atmosfera e da una suspense portata ai massimi livelli,un vibrante esempio di terrore.La prima parte della pellicola è poi un qualcosa di assolutamente sensazionale e travolgente : un incipit narrativo angosciante,ambientato in uno scenario da "classico dell'orrore" con numerosi stereotipi del genere ma utilizzati con maestria in modo da arricchire notevolmente la narrazione che scorre regalando brividi e ottime scene chilling. Insomma sostanzialmente un ottimo horror-film,come non se ne vedevano da molto tempo,agghiacciante per certi versi,strano e inusuale e assolutamente amaro...: la perversa casa della creatura,le cupe atmosfere notturne,gli inseguimenti col "furgone della morte" e tutti gli altri particolari che infittivano quell'alone di mistero cupo e ossessivo intorno a quell'essere di cui non conoscevamo nemmeno le sembianze ma di cui si intuivano le mostruose abitudini alimantari,hanno contribuito a gettare le basi per un "nuovo filione" revival e un poco vintage,per un genere che tende atrofizzarsi se non riceve linfa vitale. Lecito dunque aspettarsi un sequel deludente e incoerente vista l'inappetenza di Hollywood a realizzare i famigerati numeri due,invece sorprende constatare che almeno questo secondo episodio è godibile anzi almeno si può fregaire della coerenza... Ritorna sul grande schermo l'orrorifico mostro volante ibrido tra un vampiro e un alieno che a sorpresa di produttori e critica sbancò letteralmente i botteghini americani più di due anni fa. Arrivato in Italia con molti mesi di ritardo, questo Jeepers Creepers 2 si affida allo stesso cast tecnico del primo episodio e ancora una volta alla produzione (in questo caso più facoltosa) dell'America Zoetrope di Francis Ford Coppola. Se, difatti, nel primo film Victor Salva si confrontava con un low-budget che in un certo modo aiutò parecchio il film ad affidarsi a soluzioni interessanti come un'immaginario visivo molto anni '80 (basti citare che il precedente capitolo iniziava in maniere deliziosamente pionieristica con una indubbia citazione del capolavoro di Steven Spielberg: The Duel) , Jeepres Creepers era un reprise vivente del motto orrorifico anni 80 - ragazzi inseguiti da mostro cannibale + finale. Per dover di cronaca "l'intensità" e "l'atmosfera horror" insieme all'arte dell'arrangiarsi, rendevano mitici film al limite della fruibilità,Hammer e Universal ne sono un variegato esempio e Jeepers Creeper ne è un solido esempio di stereotipata eredità. Questo nuovo progetto di Salva è supportato da una maggiore disponibilità economica e un incentrarsi maggiore di effetti speciali e azione a discapito lievemente della matrice orrorifica e dell'atmosfera,flusso vitale della corrente horror. Tutta la pellicola risente e non poco del genuino terrore che si respirava nel primo capitolo,ciò va a discapito dell'intensità horror più pura e genuina che invece il primo capitolo elargiva con classe e stile e alcune trovate davvero geniali. Cavalcando la moda del sempreverde genere horror ora fregiadosi del titolo di "fruizione trasversale", questo secondo episodio qualitativamente si attesta comunque sul livello del precedente. Siamo di fronte ad un medio, onesto film horror senza pretese o che accampa diritti di originalità sopratutto tenta (riuscendoci in pieno) a staccarsi dalla pericolosa corrente "riabilitativa" di genere,non accodandosi alla moderna deriva psicologistica post-Sesto Senso,The Others e affini... dall'altra sapientemente Salva preferisce non calcare la mano sugli effetti più generosamente granguinoleschi facendo risultare la pellicola appetibile anche alle anime più sensibili.Nel complesso Jeepers Creepers 2 non risulta certo un capolavoro ma tuttavia,resta una pellicola marcatamente di genere,altamente godibile. Salva mostra di saper padroneggiare e amare il genere, evitando così di configurarsi come il tipico moderno regista horror-shooters, secondo un'acuta definizione di John Carpenter. Detto questo, è innegabile che egli non dedichi alcuna energia alla possibilità di rinnovamento stilistico e tematico alla sua seconda cratura, preferendo lavorare sui più abusati cliché del genere. A far fronte ad una certa piattezza contenutistica e alla convenzionalità più assoluta, c'è comunque una rinnovata centralità della figura del mostro,che anche in questo episodio si appresta a perpetrare le sue cruente scorribande notturne (ogni 23 anni) apprestandosi a un frettoloso e bagordo banchetto a base di carne umana. Riguardo alla centralità della creatura : anche in questo sequel,non si configura certo in termini narrativi cosa sia il "Creeper",da dove venga,cosa realmente sia,se ve ne siano altri esemplari e via dicendo,la reale intenzione di Salva è circondare volutamente il mostro predatore con un aura di mistero e ignoto che avvolge lo spettatore e lo rapisce incitandolo alle più fantasiose interpretazioni percettive. Unica rotta cha Victor Salva ci fornisce per "la carta di identità" della sua orrida creatura è che è un predatore vorace,ingordo,molto intelligente,crudele,sadico e forse è vomitato dagli inferi stessi visto che dispone di antichi artefatti malvagi costruiti dal male,per il male. Il pregievole tentativo del regista è dirigere una pellicola più corale e con un plot basato maggiormente sulle dinamiche caratteriali e psicologiche di un gruppo di ragazzi intrappolati e senza via di scampo,minacciati da un qualcosa di estremamente crudele malvagio e antico,deciso a uccidere e divorare sistematicamente uno di loro che resta purtuttavia un incognita durante tutta la visione. Per diretta ispirazione Salva ha esplorato questa nuova possibilità, due pellicole di Hitchcock, Gli uccelli e I prigionieri dell'oceano sono alla base del dramma giovanile-orrorifico che affrontano i ragazzi naturalmente diluito rispetto agli esempi succitati. Salva ha sfruttato il suo talento naturale per la caratterizzazione, includendo la spavalderia un poco stereotipata tipica degli atleti di un college e l'intensità delle rivalità adolescenziali, oltre all'imprevedibilità dei giovani di fronte a una situazione di crisi.Ha dato alla Creatura una più marcata impronta di malvagità, grazie a una scelta attenta e semplice ma di forte impatto (diversamente dal primo film, la Creatura rivela ai giovani terrorizzati chi preferisce tra loro.) La tensione esplode e i ragazzi si rivoltano l'uno contro l'altro nel disperato tentativo di sfuggire alla Creatura o di servirle il banchetto più appetibile e meno faticoso. Il regista si industria anche a creare una credibile figura antagonista al mostro divoratore, ben delineata e che si presta in maniera ottimale all'incipit narrativo : un padre (Ray Wise),distrutto dal dolore per la perdita del figlio,si impone un solo scopo,come un moderno e novello capitano Achab di mettersi alla caccia della sua particolasrissima "balena bianca",sua unica ragione di vita e...di morte. In definitiva Jeepers Creeper 2 Il Canto del Diavolo è una pellicola senza infamia e senza lode,un buon canovaccio dell'orrore,un sequel dignitoso anche se tratti si intuisce che l'ispirazione manca e che meccanicamente ci si avvia alla fatidica resa dei conti finale... Resta anche un ulteriore nota positiva : alla fine Salva ci riconquista nuovamente non congedando del tutto la sua creatura... Ne consiglio la visione solo ai masochisti del genere... o alle creature notturne. +Creeper Yorga+
+Psicodromo+ file 005 : Grizzly Man
Regia : Werner Herzog.
Genere : Documentario, colore,103 minuti.
Produzione USA 2005
"La natura è davvero stupida, oscena e sbagliata" ? Questa è la conclusione cui si arriva di fronte alla toccante riflessione per immagini del leggendario regista tedesco, lacerante docu-dramma che ripercorre le tredici estati (dal 1990 al 2003) trascorse in Alaska dall'americano Timothy Treadwell, attivista/ecologista/fanatico, animato dall'ossessione di proteggere dai bracconieri una comunità di orsi grizzly (come se una bestia di oltre 3 metri avesse urgenza di essere protetta...) Alternando estratti da quel "film di estasi umana e di cupo tumulto interiore" (come l'ha definito il regista) realizzato da Treadwell stesso, suggestive riprese naturalistiche e interviste realizzate a parenti e amici di Tim dallo stesso Herzog, la pellicola va a costruire una drammatica parabola esistenziale sull'utopico sogno dell'Uomo di poter dominare, proteggere e comunicare con una Natura atavicamente spietata e violenta. Riecheggiando quella di tanti travagliati eroi solitari del cinema di Herzog, la storia di Tim si conclude infatti tragicamente (viene resa nota già dai primi minuti di proiezione) con il brutale attacco da parte di un grizzly all'uomo e alla fidanzata Amie Huguenard, quell'estate al suo fianco. L'orribile attacco registrato dal microfono della videocamera di Tim, testimone esclusivamente sonora di una tragedia annunciata. E dolorosamente ripercorsa nel film da Herzog che, mettendosi in campo in prima persona, in maniera toccante e assulutamente discreta fa sua – ma fortunatamente non nostra - questa straziante e privata tragedia sonora in una sequenza della pellicola. Il regista tedesco ribadisce così ancora una volta, la sua pessimistica visione del mondo della natura, restituendoci allo stesso tempo tutta l'innocenza e la spontaneità di uno spirito umano ingenuo e vitale. Ultimo amico della natura, oltre ogni limite. Il film è toccante e al tempo stesso tragicamente crudo e realista, assistiamo inermi alla vicenda di Treadwell, come se in effetti stessimo assistendo ad un film - vero e proprio - lo scopo di Herzog però, è mostrarci quanto sia cattiva e ingrata la natura...oltre che bellissima.
A ben vedere, tuttavia, la vera forza di Grizzly Man non sta in questo; né nella potenza evocativa delle immagini, né nel magistrale impatto drammatico delle interviste. Sta invece nella capacità di Herzog di procedere costantemente sulla linea di confine tra realtà e finzione, elaborando, con un film che solo apparentemente, parafrasando un saggio di Roland Barthes, è fermo al “grado zero della visione”, un’attenta e acuta analisi sulle dinamiche che regolano la sovrapposizione dei piani narrativi e l’estetica della rappresentazione filmica. Solo in apparenza un passo indietro rispetto al celebrato “mockumentary” (documentario in cui si mescolano realtà e finzione), ma a ben vedere un passo avanti, perché in grado di cogliere l’essenza del problema: la verità della materia mostrata.
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