Art Of Fighting
di Han-sol Shin

Un taciturno studente
[Byung_tae] è continuamente picchiato e vessato dai suoi violenti compagni di scuola. Le dolorose lezioni di questi detestabili bulli, sono confinate tra le silenziose mura dell'istituto professionale superiore che il ragazzo regolarmente frequenta nonostante i ripetuti soprusi e lividi. Una situazione familiare esattamente non felice, contribuisce ad accentuare la drammatica situazione da eterno perdente del giovane ragazzo. Byung-tae è solo ed è senza una figura paterna che l'appoggi, lo guidi e perchè no, gli insegni a difendersi.
Ma non tutto è perduto : il giovane studente troverà, in un buffo e irriverente personaggio che soggiorna nella sua stessa pensione studentesca, [Pan-su] un formidabile istruttore di combattimento da strada. Ben presto Pan-su diverrà mentore e guida nella lotta, cambiando drasticamente la sua vita.

Nonostante questa pellicola non sia priva di una vago e fastidioso manierismo di fondo, oltre che di una retorica abbastanza spicciola e tutto sommato leziosa, Art of Fighting è un buon esercizio di stile che in diversi frangenti rende fresca la narrazione sfruttando un tema piuttosto abusato
- la violenza nelle scuole -
La scelta di optare per un umorismo sarcastico e piuttosto politicamente scorretto è il tono vincente della pellicola. Il merito di questo risultato è tutto sulle spalle di Pan-su, personaggio azzeccatissimo nella sua figura di violento tutore-maestro di Byung-tae, con un repertorio di mosse sporche e frasi ad effetto che farebbe impallidire chiunque. Colpisce in questa pellicola la sua straordinaria capacità di riuscire a mantenersi leggera, al di sopra delle deprecabili azioni che sullo schermo si succedono a ritmo scandito. Così, mentre vediamo mattonate in testa, braccia spezzate, testate a volontà e calci in pieno stomaco e quant'altro possiamo immaginare in un combattimento sporco, rimaniamo sereni e pacifici come se assistessimo a una placida commediola scolastica nella quale sappiamo che ben presto i ruoli subiranno un brusco stravolgimento rendendo l'inerme ragazzo un feroce picchiatore dopo il duro allenamento del vegliardo attaccabrighe Pan-su.
Paradossalmente, i duri combattimenti e i soprusi subiti dal remissivo e taciturno protagonista ,slittano in secondo piano anche se rimangono ben impressi nella memoria dello spettatore giocando come sfondo. Quando poi la pellicola vira pericolosamente sul rapporto istruttore/allievo padre/figlio rapporto che viene tratteggiato con discreta abilità anche se con scontata superficialità, le cose cominciano a farsi interessanti e il vero motore della pellicola appare evidente : si tratta di un film di formazione, un building-movie.
La sceneggiatura prosegue lentamente, portando avanti la vicenda di Byung-tae poco a poco, alternando scontri e relax, scontri e testate, scontri e battute. I caratteri dei due personaggi portanti funzionano bene, fino al melodrammatico finale, sequenza ottimamente riuscita, che ristabilisce l'ordine iniziale delle cose : la vendetta è stata compiuta e la formazione del ragazzo è completa. Il regista
predilige, come direzione visiva, una predominanza di fotografia solare (era facile cadere in cupismi o chiaroscuri), che contribuiscono molto a quest'impressione di leggerezza del film. A fargli da contraltare, la scelta di location in quartieri popolari coreani popolari, con le casine di cemento che si arrampicano sulle strade, con i muri delle strade ammuffiti, come una velatura di squallore a cui nemmeno i personaggi fanno caso, è azzeccata.
La colonna sonora tra gli alti e bassi di un country che spiazza alla musichetta che durante la vendetta si fa la più esaltante/trasportante che potete immaginare.
Il film risulta comunque pienamente riuscito, intrattiene, diverte ed è un ottimo exploit di genere.
The Art of Fighting è un action-comedy crudo e diretto come un gancio ben assestato, che esalta al massimo quella che è stata ribattezzata la nuova estetica della violenza post Oldboy e Mr.Vendetta. Shin Han-sol, pur distanziandosi molto dalle due succitate opere confeziona un film gradevole, il risultato finale è un misto di pestaggi e battute ad effetto che grazie al loro sarcasmo colpiscono sempre al momento giusto. Il regista mescola alla perfezione momenti di estrema violenza con sequenze divertenti e coinvolgenti, che precedono sempre lo scoppio di un nuovo combattimento fatto di sangue, lividi e situazioni tremendamente reali, fisiche al 100%, mai astratte o depurate nella fruizione, in una dimensione primitiva che riconduce l’uomo alla sua vera essenza, quella della bestia : l’uno di fronte all’altro, con i pugni e i calci a rappresentare gli unici strumenti di offesa (anche se in molti casi gli avversari utilizzano spranghe, monete, sedie, colli di bottiglie), armi assolutamente non convenzionali eppure capaci di provocare dolore.
Da vedere

Alexander "Take This" Notredame